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Come superare il dolore di essere rifiutati

Come superare il dolore di essere rifiutati

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Alcune riflessioni per gestire la ferita di un “no” e creare nuove opportunità.

Leggete le frasi che seguono e provate a pensare se vi siete mai ritrovati in situazioni di questo tipo.

“Dopo tanto tempo ho trovato il coraggio di dichiarare i miei sentimenti solo per sentirmi dire che l’interesse non è ricambiato”.

“Ho investito tempo e risorse in quel colloquio di lavoro, ero davvero convinta di farcela ma non sono stata scelta per quella posizione lavorativa”.

“Dopo numerosi provini, ci tenevo così tanto ad entrare finalmente a fare parte di quella band, ma hanno preferito qualcun altro”.

“Ero pronto a fare il passo successivo nella nostra relazione, e invece la mia compagna mi ha rivelato che non prova più gli stessi sentimenti e ci siamo lasciati”.

“L’allenatore non mi sceglie mai nella formazione di partenza. Così trascorro le partite a guardare i miei compagni di squadra che giocano dalla panchina”.

L’acuta ferita del rifiuto è qualcosa che prima o poi abbiamo provato tutti. In ambito sentimentale, amicale, lavorativo, artistico o sportivo, prima o poi ci è capitato si sentirci dire di “no”. Probabilmente, nella maggior parte delle situazioni, dopo un periodo di cocente delusione ci siamo ripresi e abbiamo ricominciato più o meno nel punto in cui ci eravamo fermati quando siamo incappati in una porta chiusa.

Ma solo perché l’esperienza del rifiuto è una parte probabilmente immancabile della vita umana, non è detto che sia proprio così semplice superarla. Come la maggior parte dei mammiferi che vivono su questo pianeta, anche noi esseri umani siamo animali sociali. Nel nostro passato evolutivo, l’appartenenza ad un gruppo sociale era fondamentale per la nostra sopravvivenza. Ed è così ancora oggi, anche se non dobbiamo più affrontare gli stessi pericoli e predatori naturali, abbiamo bisogno di sentirci accolti e compresi.

Ora non è più il villaggio inteso negli stessi termini dei nostri antenati: è il gruppo di amici, il posto di lavoro, la squadra sportiva, la nostra famiglia o il nostro partner. E non è un caso se spesso di dice che il “rifiuto fa male“.

Uno studio del 2003, infatti, ha rilevato che quando subiamo un rifiuto si attivano le stesse aree cerebrali che si attivano quando proviamo un dolore fisico.

E quando si prova dolore non è molto facile essere nel pieno controllo della propria razionalità e ritrovare la giusta prospettiva. Ci si può sentire davvero feriti. A volte si può reagire con rabbia. Altre volte con estrema tristezza e sconforto. Alcuni di noi difendono la propria autostima fortemente minacciata addossando la colpa totalmente sugli altri. Altri, invece, se ne assumono tutte le responsabilità.

Ma è abbastanza facile intuire che muoversi tra gli estremi opposti del “è tutta colpa loro” e “è tutta colpa mia” non porta a nulla se non a farci restare fermi nella nostra sofferenza. Proviamo a riflettere, dunque, su come gestire in maniera più efficace un rifiuto.

#1 – Datti tempo

L’abbiamo detto sopra: il rifiuto fa male come un dolore fisico. Se abbiamo appena sbattuto violentemente le dita dei piedi contro la solida struttura in legno del nostro letto, cosa facciamo? Ce ne andiamo in giro per casa a proseguire le nostre faccende come se nulla fosse o ci prendiamo un attimo per lasciare che il dolore si attenui un po’ e darci il tempo di valutare eventuali danni? Perché con il dolore emotivo non dovremmo concederci un po’ di tempo per lasciare che faccia il suo corso e darci modo di riprendere le energie per ripartire?

#2 – Trova una alternativa al “è tutta colpa sua” o “è tutta colpa mia”.

Quando subiamo un rifiuto, che sia da parte di un potenziale partner romantico o di un datore di lavoro, siamo portati a pensare che sia un rifiuto totale, di noi stessi come persona in toto. Ci concentriamo naturalmente su noi stessi senza pensare che il rifiuto avviene sempre all’interno di una relazione in cui esistono due punti di vista sulla faccenda: il mio e quello dell’altra persona o delle altre persone che hanno deciso di dirci di “no”.

Prendiamo, per esempio, il rifiuto lavorativo. Molto spesso mi capita di parlare con candidati che, non avendo superato una selezione del personale, pensano che questo esprima un giudizio su di loro come persone. In realtà, una azienda che decide di non assumermi ha semplicemente valutato che io non sono adeguato/a a ricoprire quel determinato ruolo, in quel determinato momento, in quella determinata organizzazione.

Lo stesso vale per rifiuto un amoroso. Anche se al momento non ci sembra così, quella persona che non vuole stare con noi non ci ha bocciati come esseri umani, ma solo come partner amorosi in quella specifica relazione in quel momento.

E’ anche importante cercare di capire perché siamo stati rifiutati. Escludendo il caso in cui l’altro abbia voluto solo ferirmi (eventualità che può capitare, e in quel caso è forse utile e saggio attribuire le responsabilità interamente agli altri), possiamo cercare di trarne qualcosa per il futuro.

Per esempio, se l’insegnante del coro in cui volevo così disperatamente entrare mi dice che ho una bella voce ma che tendo a voler emergere come solista invece che integrarmi con le altre voci, posso provare a lavorare su questo. Oppure posso arrivare alla conclusione che forse non voglio cantare in un coro, voglio fare il solista!

E ancora, se un amico di lunga data decide di raffreddare la nostra amicizia perché ho la tendenza a farmi sentire solo quando ho bisogno di sfogarmi e ricevere consigli ma poi non sono disponibile a contraccambiare, forse posso fare qualche riflessione sulla mia costruzione dell’amicizia e del mio rapporto con quell’amico in particolare.

Insomma, un rifiuto può aiutarmi a capire quando un determinato percorso proprio è sbagliato per me oppure quando posso fare qualcosa per riprovarci in modo più incisivo.

# 3 – Fai esperienza!

Gestire efficacemente un rifiuto e capire come eventualmente trarne uno spunto di elaborazione e miglioramento personale è una competenza sociale che va sperimentata, nessuno ne viene generalmente dotato alla nascita. Spesso la ferita di un rifiuto ci può portare a chiuderci in noi stessi. In fondo, se abbiamo sbattuto violentemente il piede contro il letto, le prossime volte tenderemo ad aggirarci abbastanza alla larga da quel legno massiccio: chi ce lo fa fare di rischiare di farci male di nuovo?

In effetti la logica non fa una grinza. Ma cosa facciamo? Ci mettiamo a dormire sul divano per non rischiare di sbattere di nuovo l’alluce? Probabilmente no.

E allora anche nei nostri esperimenti lavorativi, sportivi, amorosi, amicali, non possiamo smettere del tutto di metterci in gioco per non incorrere nella possibilità di un rifiuto.

Magari lo faremo con più attenzione ed accortezza, forti delle esperienze precedenti. In altre parole, possiamo restare a guardare quella porta che si è chiusa, e forse non si aprirà più, oppure scegliere di  cercare un’altra porta da provare ad aprire.


Bibliografia

  • Eisenberger N.I., Lieberman M.D., Williams K.D. (2003), Does rejection hurt? An fMRI study of social exclusion, Science vol. 302, pp. 290-292