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Marketing e psicoterapia: binomio o conflitto?

Marketing e psicoterapia: binomio o conflitto?

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Qualche tempo fa, ho scritto un breve articolo per l’Insolente Costruttivista, il blog della Società Costruttivista Italiana, in cui provavo ad attaccare l’antico dubbio dello psicoterapeuta: marketing o non marketing, questo è il problema!

Ora che mi sto avviando alla pratica privata, mi è sembra interessante ripercorrere la questione per cercare nuovi spunti. La mia riflessione originale muoveva da un articolo del New York Times.

Nell’articolo, intitolato “What brand is your therapist?”, Lori Gottlieb racconta in maniera molto onesta e autoriflessiva la questione che ogni neo psicoterapeuta contemporaneo si trova ad affrontare: rendere il nostro lavoro un’attività redditizia e che al tempo stesso mantenga la sua integrità etica e professionale. Spesso, tra i professionisti della psicoterapia, “marketing” è quasi una “brutta parola”, che evoca immagini di corporation senza volto votate al profitto. Ma se la psicoterapia si è decisamente evoluta in qualcosa di diverso da quella praticata più di un centinaio di anni fa, anche il “marketing”, o in altre parole “farsi pubblicità” ha assunto significati più ampi, con sperimentazioni di successo anche nel campo del no profit.

Anche se è passato qualche mese da quando ho steso questo articolo, francamente non sono ancora arrivata ad una conclusione soddisfacente di questo antico dilemma: promuovere efficacemente la propria professione, senza venire meno all’etica e alla deontologia. (Mi) Ripropongo, dunque, la mia riflessione finale.

L’importante, credo, è che di marketing e psicoterapia si cominci a parlarne con onestà intellettuale, audacia e spirito di sperimentazione. Senza dimenticare l’altro grande tema dal quale non possiamo più tirarci indietro: social network e nuovi media. Anche in questo caso, la soluzione non sta sicuramente nel fingere che non esistano e che le persone (e noi stessi come psicologi e psicoterapeuti) non le usino. La domanda è piuttosto, in quale maniera possiamo assumerci la responsabilità di prendere una posizione rispetto a questi temi e portarla avanti nei nostri setting terapeutici?

A questo link, puoi trovare l’articolo originale pubblicato il 31 gennaio 2013