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Continuiamo a parlare di omossessualità e psicologia

Continuiamo a parlare di omossessualità e psicologia

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Dopo i fatti di Milano, è importante che continui l’impegno degli psicologi italiani a favore di una corretta informazione sull’omosessualità

Nelle ultime settimane, la comunità italiana degli psicologi ha parlato molto di omosessualità e si è espressa contro le terapie riparative, in occasione di numerose proteste contro un convegno omofobo che aveva ricevuto il patrocinio della Regione Lombardia e dell’Expo 2015. Il convegno si è tenuto a  Milano sabato 17 gennaio, tra migliaia di proteste online e sul campo, con diversi psicologi lombardi che hanno scelto di fare informazione proprio all’esterno dell’aula in cui si teneva il convegno.

Devo dire che da quando posso fregiarmi del titolo professionale di psicologo, è forse la prima volta che vedo una mobilitazione così pubblica e sentita della mia categoria. In molti ci siamo espressi contro l’omofobia e in difesa dei diritti civili della comunità LGBT, forti della posizione della comunità scientifica internazionale che è ormai compatta nell’affermare che l’omosessualità è una naturale variante della sessualità umana, e che le cosiddette terapie riparative sono inutili e dannose.

Passato il convegno, chiuso l’argomento? Assolutamente no. La comunità LGBT italiana è ancora lontana dall’ottenere un adeguato riconoscimento dei propri diritti civili e, anche se da diversi sondaggi, emerge che i più giovani hanno un atteggiamento di accoglienza e comprensione, basta parlare con i propri conoscenti o leggere le notizie sui giornali per rendersi conto che la strada è ancora lunga, e che è doveroso per chi si occupa della salute e del benessere psicologico dei cittadini continuare a fare informazione sull’argomento.

Proprio ieri ho letto la notizia di un ragazzo a cui la Cassazione ha riconosciuto un maxi-risarcimento, perché gli fu ritirata la patente dopo essersi dichiarato gay alla visita militare. Questa sentenza della Cassazione è un segnale che anche le istituzioni italiane stanno cominciando a muoversi nella giusta direzione, ma il fatto che casi come questo succedano nel nostro paese sono anch’essi un segnale della necessità di lavorare sia dal punto di vista istituzionale ma anche sociale e culturale, affinché diventino solo un lontano ricordo.

Resta aperto un argomento molto importante che va chiarito. Il fatto che sia stato scientificamente provato e riconosciuto che l’omosessualità non sia una malattia, e che non sia assolutamente qualcosa che va curato o riparato, non esclude che ci siano persone che, per vari motivi, vivano con disagio o difficoltà la propria sessualità e cerchino, dunque, una consulenza psicoterapeutica. In terapia si parte sempre da ciò che la persona vive come un problema, si offrono accettazione e comprensione, e si costruiscono modalità alternative per leggere e affrontare il disagio vissuto. Non diamo risposte, aiutiamo a formulare nuove domande che tengano conto del vissuto personale di chi ci sta seduto di fronte e del contesto famigliare, sociale e culturale in cui vive. 

Considerare l’omosessualità naturale ed essere fermamente contrari alle terapie riparative non significa non ascoltare o non lavorare terapeuticamente insieme ad una persona che sta cercando di trovare la propria dimensione nella propria sessualità. Come psicologi e psicoterapeuti il nostro impegno resta sempre quello di applicare la nostra professionalità al raggiungimento del benessere del cliente che abbiamo di fronte, che non consideriamo mai “malato”, ma semplicemente bloccato in una costruzione del proprio mondo che lo/la fa soffrire. 

Per un ulteriore approfondimento sull’argomento delle terapie riparative, un articolo del collega Pier Luigi Gallucci