Home
Psicofarmaci sì, psicofarmaci no

Psicofarmaci sì, psicofarmaci no

Print pagePDF pageEmail page

Alcune riflessioni ed informazioni sul supporto farmacologico per disturbi psicologici

Sia da parte di pazienti che di conoscenti mi viene spesso chiesta una opinione professionale sull’utilizzo di psicofarmaci a supporto, o come unica terapia, di un disagio psicologico.

Ma andiamo con ordine, che cosa si intende per psicofarmaco?

Farmaco attivo sul sistema nervoso centrale, che ha l’effetto di modulare i sintomi di diversi disturbi mentali. Gli p. costituiscono una classe eterogenea e possono essere raggruppati in differenti classi farmacologiche, a seconda della loro struttura molecolare (e conseguente meccanismo d’azione) o dell’effetto terapeutico. Gli p. più comunemente utilizzati nella pratica clinica sono i neurolettici, gli antidepressivi, gli stabilizzatori dell’umore, gli ansiolitici e alcuni antiepilettici.

In medicina e farmacologia, qualsiasi farmaco capace di influenzare l’attività psichica, normale e patologica, lo stesso che farmaco psicotropo. [fonte: dizionario di medicina Treccani]

La mia risposta a questa domanda è sempre un “dipende”. Un po’ frustrante, me ne rendo conto, ma la valutazione se utilizzare o meno uno psicofarmaco a supporto o come unico di trattamento di un problema, per esempio, di ansia o depressivo è:

  1. una scelta personale del paziente,

  2. che va sempre valutata insieme al proprio medico,

  3. soggetta a revisioni nel corso del tempo

Il punto è che, davvero, non esiste una soluzione che possa essere adatta a tutti. Ci sono persone che, per vari motivi, preferiscono non assumere psicofarmaci, e portano avanti il proprio percorso solo con una psicoterapia. Altre persone, invece, scelgono di seguire in parallelo un percorso di psicoterapia accompagnato ad un supporto farmacologico. Infine, ci sono anche persone che preferiscono utilizzare solo i farmaci.

Gli psicofarmaci, inoltre, non vengono solo prescritti per disturbi mentali. Gli antidepressivi SSRI, per esempio, risultano efficaci nelle gestione di problematiche di dolore cronico e vengono prescritti anche per questo scopo.

Carrie Fisher (la principessa Leia di Star Wars), prematuramente scomparsa negli ultimi giorni del 2016, era diventata nel corso degli anni una attivista della salute mentale, combattendo il pregiudizio associato alle problematiche psicologiche. Lei stessa non ha mai fatto mistero di soffrire di disturbo bipolare e di aver trovato nella sua terapia farmacologica l’equilibrio necessario per condurre la sua vita.

Ma, quindi, se mi trovo nella situazione di valutare se assumere uno psicofarmaco oppure no come dovrei regolarmi? Ecco alcune indicazioni che potrebbero aiutarti a navigare meglio nella difficile scelta di questa strada.

#1 Rivolgiti ad uno/a psichiatra

Ci sono persone che al solo nominare la parola “psichiatra” si mettono in allarme. Ma non dovrebbe essere così. Lo psichiatra è un medico con competenze in psicofarmacologia. E’ lui/lei il/la professionista più adatto/a a valutare insieme al paziente la reale necessità di un supporto farmacologico, durata della cura ed eventuali terapie da seguire in parallelo.

So che ormai lo xanax viene prescritto come se fosse una tachipirina, ma se vogliamo che il nostro percorso farmacologico dia i risultati sperati, è necessario che ci affidiamo a chi è l’esperto in questo campo, soprattutto se si tratta di terapie a medio/lungo termine.

Fatti di cronaca, alcuni film e i racconti di “mio cugino” possono incrementare il pregiudizio verso questa categoria di professionisti della salute mentale. La verità è che gli psichiatri sono medici preparati nel proprio campo. Alcuni sono più o meno empatici di altri, ma questo vale per qualsiasi professione ed essere umano.

#2 No al fai da te

Come per tutti i farmaci, anche gli psicofarmaci hanno indicazioni, effetti collaterali e interazioni con altri farmaci. Solo perché magari in casa ho una boccetta di lexotan della nonna, non significa che abbia senso prenderne qualche goccia qui e là tanto per vedere che effetto mi fa. E poi magari lamentarmi perché “a me gli psicofarmaci non fanno effetto”!

E ci credo! Se avessi un’infezione batterica e prendessi un antibiotico a caso una volta ogni 3 giorni, pensi che guariresti? E perché lo psicofarmaco dovrebbe funzionare diversamente?

Diverse persone mi dicono che sono spaventati di seguire una terapia farmacologica perché temono di trasformarsi in zombie. I farmaci si sono evoluti moltissimo nel corso degli ultimi anni, e lo psichiatra e il paziente valutano sempre insieme rischi e benefici, effetti collaterali inclusi, e monitorano la terapia in modo da trovare il farmaco e il dosaggio giusto per ciascuno.

#3 Di fiore in fiore

Non ti convincono gli psicofarmaci e vorresti provare una terapia alternativa? Vuoi provare omeopatia, fiori di Bach e compagnia bella? Sei ovviamente nella piena di libertà di farlo, ma tieni conto che questi “rimedi” hanno una efficacia assolutamente nulla e costi molto elevati. Se conosci qualcuno che ti ha raccontato che si è trovato molto bene, è assolutamente possibile, si chiama “effetto placebo“, ed è così potente come fenomeno che funziona anche quando ad assumere il prodotto omeopatico è un cane (effetto placebo by proxy).

Diverso è il discorso per prodotti fitoterapici, ovvero l’utilizzo di estratti delle piante per curare determinati problemi o malattie. Anche in questo caso va fatta molta attenzione e vanno assunti sotto controllo medico. Solo perché si tratta di qualcosa di “naturale” non significa che non abbiano effetti collaterali o che non interagiscano con altri farmaci che stiamo assumendo. Ricordo a tutti che pure l’arsenico è naturale, eppure non ci fa molto bene!

Per esempio, l’iperico o pianta di San Giovanni, che viene utilizzata anche per trattare sindromi depressive, interagisce con gli anticoncezionali orali.

#4 Lavora su di te

Il disturbo o il disagio psicologico di cui soffri, che sia di origine traumatica, che abbia componenti biologiche, che sia reattivo ad una particolare situazione che hai vissuto o stai vivendo, o affondi le sue radici nelle tue esperienze di vita, per essere gestito generalmente necessita anche di un lavoro più o meno lungo su stessi, sul proprio modo di vedere il mondo, di affrontare i problemi.

Una psicoterapia o una consulenza psicologica possono essere il trattamento di elezione. Ma non è detto che questo vada bene per te in generale o in questo momento specifico. Può darsi che per te ora sia più indicato un percorso di Minfulness, Yoga, o un sanda buddhista. La cosa importante è che ti affidi a persone preparate, ben consapevoli delle possibilità e dei limiti del tipo di aiuto che ti possono offrire.

Spero di averti fornito qualche spunto in più per comprendere meglio quale è la strada più utile per te. Un’ultima cosa. Non vergognarti di chiedere aiuto ad un professionista della salute mentale: stai solo facendo dei passi importanti per prenderti cura di te e stare meglio. E di questo c’è da andarne fieri.


mail-1048452_1920

Ti è piaciuto questo articolo? Non perderti i prossimi!

Clicca qui per iscriverti gratuitamente alla newsletter per ricevere gli aggiornamenti sugli ultimi articoli pubblicati e gli eventi in programma!