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Se lamentarsi è più facile che sognare

Se lamentarsi è più facile che sognare

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Qualche giorno fa leggevo un pezzo d’opinione su L’Internazionale di Annamaria Testa, dal titolo “Disfattismo all’italiana”. Un argomento che da un po’ mi ronza nella testa e con cui mi scontro molto spesso. Non so se sia la recente consapevolezza di una mia presa di coscienza di essere parte non solo del mondo adulto, ma di quella categoria di persone che, da adolescente, pensavo avessero la responsabilità di “fare qualcosa nel mondo“, ma ho come l’impressione che da un po’ di tempo a questa parte molti di noi abbiano, più o meno consapevolmente, scelto di smettere di sognare.

Sognare non è semplice. O meglio, l’atto in sé di creare e vivere all’interno dei nostri sogni, siano esseri notturni o ad occhi aperti, di per sé è semplice ed istintuale.

Il problema nasce quando non sappiamo cosa farcene di questi sogni.

Partecipo ad un gruppo Facebook, creato da due colleghi psicologi, dedicato al mondo di noi psy, come terreno virtuale di confronto, e a volte di scontro, sulla professione, per aiutarci a vicenda a navigare il complesso mondo delle normative fiscali, ma anche delle emozioni nostre e dei nostri pazienti. E’ un’occasione molto buona anche per molti studenti universitari per confrontarsi con chi la professione l’ha già iniziata. Spesso ricorrono domande del tipo “quale è il settore della psicologia più redditizio?”, “in quale indirizzo si trova più lavoro”.

Da un certo punto di vista è sensato e logico pensare a come ci si guadagnerà da vivere, dall’altro mi viene da pensare a che cosa abbiamo fatto a questi ragazzi per fare loro pensare che nel momento della loro vita in cui tutto dovrebbe essere scoperta, sogno, sperimentazione, debbano scegliere la loro vocazione professionale sulla base di quanto potranno guadagnare?

E questo è solo un pallido esempio di quello che vedo in questi mesi. Iniziative di volontariato che cercano di fare un piccolo passo verso il cambiamento tendendo la mano a chi soffre che vengono accolte o nell’indifferenza o nella critica, “perché tanto ci sono comunque mille altre cose da fare”. Persone che davanti ad ingiustizie, più o meno grandi, invece che reagire con sdegno o voglia di cambiare le cose, facendosi promotori di correttezza ed onestà, non alzano più nemmeno un sopracciglio o, peggio, si propongono di agire in maniera ugualmente disonesta perché “se lo fanno gli altri, lo faccio anche io”.

Quando abbiamo smesso di sognare perché troppo impegnati a lamentarci?

E soprattutto, di chi è la responsabilità di questo? E’ facile attribuirla alla società, la crisi, la modernità. Se solo la società, la crisi, la modernità non fossero qualcosa di interamente creato e mantenuto in vita da noi essere umani!

Certo, sognare e soprattutto onorare i propri sogni costa fatica. Implica un senso di responsabilità, di onestà intellettuale. Significa guardarsi davvero dentro ed affrontare paure e frustrazioni. Sì, costa fatica. Ma il guadagno è incalcolabile. E se davvero tutti remassimo insieme, invece di fare i “furbi” e aspettare che sia il nostro vicino di barca a fare il lavoro anche per noi, forse il viaggio non sarebbe così faticoso.

Michael Jackson cantava “Voglio portare del cambiamento … comincio con l’uomo che vedo allo specchio”.

Scomodo perfino il Mahatma Gandhi che diceva “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.8384002527_b44dce561c_b


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