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A chi NON prova gioia nell’attività fisica

A chi NON prova gioia nell’attività fisica

Ci sono persone che non provano gioia nel fare attività fisica o che non possono proprio praticarla: è una esperienza che esiste, è valida e va narrata

Nel tentativo di dare una cornice diversa all’attività fisica, in modo che non venga vissuta come un compensazione/punizione per ciò che si è mangiato o una mera costruzione di un corpo che si avvicini agli standard della  cultura della dieta, moltə professioniə sanitarə, inclusa me stessa, abbiamo proposto il movimento come attività che porta gioia.

Da persona con dolore cronico e da psicocosa di molte persone con dolore cronico, il concetto, però, un po’ mi strideva. La lampadina mi si è accesa leggendo qualche tempo fa un post dell’attivista Linda G. Whillikers (@littlewingedpotatoes).

E se l’attività fisica non mi porta gioia?
Se mi porta dolore?
Se mi porta fatica dalla quale poi ci metto x tempo a riprendermi?
Se non posso proprio praticarla?

Sai che c’è? L’affermazione attività fisica= gioia, fine a se stessa è effettivamente un tantinello escludente e abilista e non tiene conto della complessità dell’esperienza umana.

Quindi, intanto chiedo scusa.

E poi? Onestamente non ho ben chiaro come inquadrare questa tematica in un’ottica davvero inclusiva e che tiene conto della complessità. In teoria, l’attività fisica dovrebbe essere una parte fondamentale della nostra vita, perché porterebbe con sé una serie di benefici psicofisici. Nel dolore cronico, per esempio, il dilemma è noto. Se ti muovi stai meglio, ma se ti muovi troppo potresti anche peggiorare il dolore e non riuscire a muoverti più, e quindi, ad entrare in un circolo vizioso da cui non è facile uscire.

Spesso allora si ripiega sul consigliare attività non strutturate come passeggiare o fare le scale. Ma ci si dimentica che la mobilità sugli arti inferiori non è per nulla scontata. E, dunque?

Io ho bisogno di rifletterci ancora su. Mi è chiaro che non esiste una linea che può essere davvero comune a tuttə e che ci sono una serie di assunti discriminanti da smantellare.

Nel frattempo, penso che la cosa più utile sia che ognunə si ascolti (tu sei il più grande espertə di te stessə), di non dimenticare la propria unicità e di ricordare che ogni corpo, ogni esperienza umana, ogni persona è valida e degna di rispetto, per quello che è e non per quello che (non) fa.

Sono una psicologa psicoterapeuta e lavoro a Rovigo e online. Mi occupo del benessere psicologico di adulti e adolescenti.