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Cambia. Ma resta uguale a prima

Cambia. Ma resta uguale a prima

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Una delle tematiche più affascinanti e più difficili da affrontare durante una psicoterapia è il cambiamento. Si decide di cominciare un percorso terapeutico quando ci si accorge che il modo in cui abbiamo sempre fatto le cose, affrontato la vita e le sue sfide, o non ha mai funzionato in maniera efficace oppure, per una serie di motivi, non va più bene.

Nella psicoterapia generalmente è sempre implicita una quota di cambiamento: che non significa stravolgere la vita di una persona o rendersi completamente irriconoscibile a se stessi o agli altri, quanto piuttosto sperimentare e percorrere modalità alternative (e quindi nuove) di relazione. Questo percorso non è facile, richiede molto impegno e lavoro, e porta con sé molti tentativi che non sempre vanno a buon fine, un po’ come uno scienziato che nel suo laboratorio fa tanti esperimenti prima di poter presentare la sua nuova invenzione al mondo intero.

Il processo, decisamente stimolante, ma naturalmente anche un po’ complicato, può non essere agevolato dalle persone più vicine a noi che, non potendo conoscere tutta la storia che sta dietro ai nostri piccoli esperimenti, faticano a notarli e ci rimandano indietro la stessa, vecchia immagine di noi stessi. Questa è un’esperienza comune a molte persone che si stanno sperimentando in terapia: non vedere i propri cambiamenti riflessi negli occhi degli altri che ci osservano.

Landfield teorizza proprio questo aspetto, nell’ipotesi dell’aspettativa, in cui una persona vede come minacciosa un’altra persona se questa sembra aspettarsi che lei si comporti nei vecchi modi.* Come dire:

“sto facendo tutta questa fatica, sto provando a fare tutte queste cose nuove e tu continui a vedermi sempre nello stesso modo”.

L’amara ironia è che questo può accadere anche nel caso in cui siano stati proprio amici e parenti a consigliarci ed esortarci a cercare un qualche genere di cambiamento attraverso la terapia. Ma perché avviene questo?

THE BIG BANG THEORYFaccio una piccola digressione nella cultura pop (come sono solita fare) per spiegare meglio lo spunto della mia riflessione. Seguo assiduamente una sit-com americana, The Big Bang Theory, giunta ormai alla sua ottava stagione e trasmessa anche in Italia. La serie segue le vite di quattro giovani accademici, tanto intelligenti quanto socialmente inetti, e come vengono sconvolte dall’arrivo nel loro palazzo di una giovane aspirante attrice del Nebraska. In otto anni di sceneggiature, i personaggi cambiano, si evolvono, e pur restando fedeli ognuno a se stesso, costruiscono delle relazioni che al primo episodio sembravano impossibili. Questa maturazione, assolutamente naturale nel ciclo di vita di ognuno di noi, per alcuni fan è un punto di sfavore per la serie. Protestano per il fatto che i personaggi abbiano, nel corso degli episodi, superato (anche se con molta fatica) le loro fobie sociali e si prendano il rischio di osare e volere di più per se stessi in campo affettivo o lavorativo.

Pur con le dovute distinzioni, questo tipo di reazione non è poi così diversa da quella che possono (non) avere le persone che non riescono a riconoscere i cambiamenti all’altro. Mi soffermerei su due considerazioni principali.

La prima è che il cambiamento è sempre fonte di incertezza e smarrimento per gli essere umani. Soprattutto per quanto riguarda i ruoli famigliari e dei gruppi amicali più stretti si tende a volere che restino sempre gli stessi: un po’ come in un moderno romanzo di Jane Austen. E’ quasi sempre una richiesta inconsapevole e non necessariamente maliziosa: mantenere dei ruoli immutati all’interno delle relazioni aiuta a dare stabilità ad un mondo incerto e ad anticipare meglio gli eventi.

La seconda considerazione è che spesso vedere il cambiamento negli altri ci costringe ad esaminare con onestà intellettuale noi stessi, le nostre scelte, la nostra vita. Non è così difficile comprendere che queste considerazioni possano essere scomode e come diventi, quindi, più semplice e gestibile ignorare i semi del cambiamento altrui per non prendere in considerazione la possibilità di una nostra trasformazione.

In conclusione, se siamo in terapia e cadiamo pienamente all’interno dell‘ipotesi dell’aspettativa del sopra citato Landfield, si tratta di un fenomeno assolutamente normale, anche se frustrante, che fa parte del processo terapeutico. Se, invece, è qualcuno a noi caro che si sta sperimentando con un terapeuta, forse può giovare ad entrambi fare qualche riflessione sul nostro rapporto con il cambiamento.

*Landfield, A. W. (1971). Personal construct systems in psychotherapy, Lincoln: University of Nebraska Press.

 


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