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Disabilità visibili e invisibili
Descrizione dell’immagine: uno sfondo con gradiente da viola a blu da sinistra verso destra. Al centro la scritta “Disabilità visibili e invisibili”.

Disabilità visibili e invisibili

Perché dovremmo lasciare che la nostra identità di persone disabili sia definita dagli occhi di chi ci guarda?

Sono una persona che può rientrare sotto l’ombrello delle disabilità invisibili. Ultimamente la mia disabilità è visibile per il fatto che continuo ad indossare una FFP2 in ambienti chiusi. Le persone spesso mi chiedono se non mi infastidisca continuare a portarla e, se ho qualche cucchiaio a disposizione, rispondo che è l’adattamento alle mie necessità meno difficile e meno frustrante da gestire e che, semplicemente, loro tutto il lavoro di compensazione e ricerca di ausili che devo fare ogni giorno non lo vedono. Seguono, di soliti, frinire di grilli e balle di fieno che rotolano nel deserto.

L’espressione disabilità invisibili nasce all’interno della comunità come riconoscimento identitario e per superare il sentirsi impostorə, nonché come tentativo di spiegare al mondo delle persone temporaneamente abili la necessità di ampliare la loro visione della disabilità.

Se da un lato chi è invisibilmente disabile incontra gaslighting, ostracismo e tanto sanismo, non è che chi è visibilmente disabile se la passi meglio, perché l’altra faccia della medaglia è composta da infantilizzazione, pietismo e inspiration porn. Le due parti sono unite nel subire marginalizzazione ed esclusione sociale.

La comunità disabile è estremamente eterogenea, divisa anche da legislazioni imperfette e da un mondo che pensa di cavarsela facendo finta che non esistiamo anche se, numeri alla mano, non siamo poi così tanto minoranza.

Per quanto comprenda l’importanza di avere etichette descrittive (non prescrittive) in cui riconoscerci, il punto è che forse sarebbe utile anche aggiungere un pezzettino: e cioè che la nostra identità di persone disabili non può e non deve essere definita unicamente dall’occhio di chi guarda. Perché è un occhio che ci vede attraverso le lenti dell’abilismo e del sanismo. E sono questi due fenomeni sociali di oppressione il nostro vero obbiettivo.

La mia è una riflessione, non è un appello, né la pretesa di imporre la mia visione.

Io so solo che, che tu mi veda o no, io sono comunque disabile, e muovermi in un mondo che non mi faccia sentire costantemente fuori posto o indesiderata dovrebbe essere un diritto universale e non un premio deciso da quello che vedi tu.

Sono una psicologa psicoterapeuta e lavoro a Rovigo e online. Mi occupo del benessere psicologico di adulti e adolescenti.

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