Home
Sì, dallə psicologə ci vanno anche i matti

Sì, dallə psicologə ci vanno anche i matti

Dallə psicologə ci vanno anche i matti: quando si cerca di contrastare uno stereotipo e inconsapevolmente si finisce per rinforzarne un altro

di Sara Colognesi e Caterina A. (@la_versione_migliore)

Nella nostra società esistono vari pregiudizi sia sulla salute mentale sia sulle terapie psicologiche. Nel tentativo di avvicinare le persone alla psicoterapia, periodicamente professionistə della salute mentale e advocate e attivistə proclamano che no, dallə psicologə non ci vanno solo i matti, come se la cosa peggiore che potesse capitare ad una persona non fosse la sofferenza psicologica e la difficoltà di accedere a cure adeguate, ma essere consideratə mattə nel farlo.

Matto è chi è “Dominato da impulsi irrazionali, da spunti incontrollati, da manie inconsuete ed eccessive, tali tuttavia da suscitare più spesso ilarità che apprensione, o compatimento piuttosto che avversione; spesso in frasi del linguaggio familiare che denotano disapprovazione ostentata o risentita”. Matto è chi deve essere messo al margine perché altrimenti la sua presenza rischia di mettere in discussione l’intera società.

Quando diciamo che “dallə psicologə non ci vanno solo i matti”, vogliamo essere chiarə sul fatto che andiamo in terapia ma non siamo come quellə lì, che noi siamo dalla parte dei disturbi “buoni”.

È innegabile che esista una gerarchia tra malattia mentale socialmente accettabile e non accettabile.

Spesso sono lə professionistə stessə che contribuiscono a creare e mantenere tale gerarchia. Tra i disturbi accettabili, quelli di cui si può parlare, quelli verso cui si può esprimere solidarietà e supporto, ci sono depressione e ansia.

Poi ci sono quelli accettabili solo in determinate condizioni: ad esempio, un disturbo alimentare è accettabile quando abbiamo di fronte una ragazzina scheletrica ed emaciata, ma in una persona grassa no; se un caso è simbolo di sofferenza, l’altro è una dimostrazione di mancanza di controllo e avidità.

Ci sono neurodivergenze, come l’autismo, che vanno bene finché rimaniamo sullo stereotipo del genio introverso e bravo in matematica, ma questa accettazione sparisce nel nulla quando abbiamo persone autistiche meno “utili” in termini capitalistici e produttivi.

E infine abbiamo quelle malattie che vanno evitate come la peste, che finiscono per diventare un marchio sulla persona, un sinonimo di pericolosità, di violenza, di crimine: le persone con disturbo di personalità borderline o narcisistico, le persone schizofreniche, le persone con dipendenza.

Non è affatto vero che le persone con disturbi mentali gravi siano più violente degli altri: sono infatti più a rischio di essere vittime di crimini, specialmente violenti, rispetto alla popolazione non clinica, e la stragrande maggior parte delle persone con disturbi mentali non è violenta.

Il nome di questa forma di pregiudizio è sanismo (o mentalismo): la discriminazione verso le persone che hanno una diagnosi di disturbo mentale. Alcuni studiosi ritengono che la sua causa sia da ricondurre a un modello medico (che riconduce il disturbo esclusivamente a un “deficit” dell’individuo, senza vedere le interconnessioni con la società e la cultura), da superare attraverso pratiche anti-oppressive, intersezionalità, e un modello sociale della disabilità.

Nel 1999 Mark Roberts, Simon Barnett, Robert Dellar e Pete Shaughnessy, quattro uomini inglesi con diagnosi di disturbi mentali, ispirati dalle esperienze fatte ai Pride della comunità LGBTQ+, decisero di fondare il Mad Pride, un movimento dell’utenza in cui le persone con problemi di salute mentale potessero unirsi per difendere i propri diritti e combattere lo stigma sanitario e sociale, riappropriandosi del termine “Mad” (matto).

In conclusione: avvicinare sempre più persone alla terapia non deve diventasse l’ennesimo modo per rinforzare il confine tra sofferenza psichica accettabile e inaccettabile, accettare di aver bisogno di un aiuto psicologico non va accompagnato dal sollievo perché “almeno non sono come quelli lì”, tuttə lə utentə di servizi di salute mentale dovrebbero essere trattati con la stessa dignità e lo stesso rispetto.

Contrastare i pregiudizi espliciti sul mondo della salute mentale è importante, ma rischia di diventare poco utile e addirittura pernicioso se non si fanno prima emergere i pregiudizi impliciti e non si fanno profonde riflessioni sulle paure che questi generano. Altrimenti, cercando di contrastare uno stereotipo, inconsapevolmente si finisce per rinforzarne un altro.

 

Fonti e approfondimenti:

  • Large, M., & Ryan, C. J. (2012). Sanism, stigma and the belief in dangerousness. Australian & New Zealand Journal of Psychiatry46(11), 1099–1100. https://doi.org/10.1177/0004867412440193

  • DeAngelis, T. (2021, April). Mental illness and violence: Debunking myths, addressing realities. Monitor on Psychology52(3). http://www.apa.org/monitor/2021/04/ce-mental-illness

  • Dean K, Laursen TM, Pedersen CB, Webb RT, Mortensen PB, Agerbo E. Risk of Being Subjected to Crime, Including Violent Crime, After Onset of Mental Illness: A Danish National Registry Study Using Police Data. JAMA Psychiatry.2018;75(7):689–696. doi:10.1001/jamapsychiatry.2018.0534

  • POOLE, Jennifer M. et al. Sanism, Mental Health, and Social Work/Education: A Review and Call to Action. Intersectionalities: A Global Journal of Social Work Analysis, Research, Polity, and Practice, [S.l.], v. 1, p. 20-36, sep. 2012. ISSN 1925-1270. Available at: <https://journals.library.mun.ca/ojs/index.php/IJ/article/view/348/227

  • Madness and the demand for recognition, A philosophical inquiry into identity and mental health activism, by Mohammed Abouelleil Rashed, International Perspectives in Philosophy and Psychiatry.

  • Remembering Mad Pride, The Movement That Celebrated Mental Illness, “When mainstream society rejected people who are mentally ill, it created a kind of alternative society.” By Amelia Abraham, vice.com

  • Corrigan, P. W., & Watson, A. C. (2002). Understanding the impact of stigma on people with mental illness. World psychiatry : official journal of the World Psychiatric Association (WPA), 1(1), 16–20.

  • How does implicit bias by physiciansaffect patients’ health care? Research is exploring how specific factors affect patients’ perception of treatment, American Psychological Association, Tori DeAngelis, March 2019, Vol 50, No. 3, Print version: page 22

Sono una psicologa psicoterapeuta e lavoro a Rovigo e online. Mi occupo del benessere psicologico di adulti e adolescenti.

Messaggio Whatsapp
Invia con WhatsApp